"Detti e stradetti", modi di dire trapanesi: «Agneddo e suco e finio u vattio»

Dodicesima puntata della rubrica che analizza i detti tipici trapanesi

Maria Chiara
Maria Chiara Conticello
04 Aprile 2021 10:50

L’agnello è uno dei simboli più diffusi nel periodo pasquale, soprattutto perché rappresenta in pieno il sacrificio. In ogni tavola, nella domenica di Pasqua, è un cibo che non manca mai.

Una tradizione che prende origine dalla religione ebraica e, in particolare, dalla liberazione del popolo di Israele, quando Dio comandò a Mosè e ad Aronne di procurare un agnello per famiglia, mangiarne la carne e marcare le porte con il sangue. Solo così gli ebrei avrebbero evitato il castigo divino che, invece, sarebbe toccato ai primogeniti d’Egitto.

La parte religiosa della tradizione, però, è andata pian piano sfumando e ha lasciato spazio ad un’usanza più pagana. La pasqua, insieme a poche altre feste, era una delle poche occasioni per mangiare cibo e carne di qualità, proprio come l’agnello.

E non è un caso che proprio l’agnello sia il protagonista di uno dei detti più usati e sentiti nel trapanese – e, in generale, in tutta l’Isola –.

Quando finisce una festa o quando non si è raggiunto un risultato che si sperava dopo un determinato lavoro in cui ci si è impegnati, un siciliano esordisce spesso con «Agneddo e suco e finio u vattio» che, letteralmente, può essere tradotto come «Agnello al sugo ed è finito il battesimo».

L’origine del detto non è chiara. Secondo alcuni, infatti, è nata grazie ai Normanni che tradizionalmente organizzavano grandi pranzi per il battesimo dei propri figli, poiché si credeva che più i banchetti erano ricchi, più la vita del bambino sarebbe stata felice.

I ricevimenti, che solitamente duravano diversi giorni, finivano sempre con l’agnello al sugo. La scelta di questo animale, che veniva cacciato dal padre, era dovuta all’idea dell’agnello come simbolo di salute e prosperità.

Secondo altri, invece, il detto ricorda l’usanza di festeggiare il battesimo del primogenito con grandi pranzi e grandi portate. Un banchetto con solo agnello al sugo, quindi, era considerato povero. Altre volte, invece, non si trattava di povertà ma di avarizia del padrone di casa che, nonostante la ricchezza, organizzava cerimonie povere e tristi. Ed è per questo che il detto, non poche volte, indica un evento atteso come grandioso ma che, in realtà, lascia delusione e amarezza.

Origini diverse e significati diversi. Ma, in ogni caso, il detto trasmette l’importanza del cibo per ogni siciliano. Quel cibo che sostituisce l’importanza del rito religioso – in questo caso il battesimo – e che, anzi, molto spesso diventa esso stesso quasi una funzione religiosa che viene vissuta dall’inizio alla fine.

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