La fine del sogno granata

La revoca dell'affiliazione della Trapani Shark rappresenta l'ultimo atto di una vicenda iniziata mesi addietro

Redazione Prima Pagina Trapani
Redazione Prima Pagina Trapani
18 Luglio 2026 15:18
La fine del sogno granata

La Trapani Shark non esiste più. O, almeno, non esiste più all'interno dell'ordinamento federale della pallacanestro italiana. Giovedì scorso il Consiglio Federale della Federazione Italiana Pallacanestro ha deliberato la revoca dell'affiliazione della società granata, ponendo quello che, salvo l'esito degli annunciati ricorsi, rappresenta il punto finale di una delle parabole sportive più clamorose degli ultimi anni.

È l'ultimo capitolo di una storia iniziata con prospettive completamente diverse. Appena tre anni fa Trapani veniva indicata come uno dei modelli emergenti dello sport italiano: un progetto capace di rilanciare contemporaneamente calcio e basket, restituire entusiasmo a una città reduce da anni difficili e attrarre investimenti senza precedenti. Oggi, invece, quel progetto si è sgretolato sotto il peso di contenziosi fiscali, sentenze sportive, scontri istituzionali e decisioni federali che hanno travolto entrambe le società guidate dall'imprenditore romano Valerio Antonini.

La revoca dell'affiliazione rappresenta il colpo di grazia per la Trapani Shark, ma è importante chiarire un aspetto spesso frainteso. Il provvedimento adottato dalla FIP non è stato motivato dalla vicenda dei crediti d'imposta che ha segnato l'intera stagione della società.

Alla base della decisione ci sono, infatti, quattro lodi arbitrali rimasti insoluti. Due riguardano procedure promosse dall'agente sportivo Lorenzo Bergamaschi, una delle quali relativa a un debito nei confronti del Collegio Arbitrale. Gli altri due procedimenti erano stati avviati dall'ex team manager Sebastian Ogliari e da Christian Verona, responsabile dell'area performance della società.

La Federazione ha quindi fondato la revoca esclusivamente sull'inadempimento di obbligazioni economiche nei confronti di agenti e tesserati, senza richiamare le pesanti sanzioni disciplinari inflitte durante la stagione né il contenzioso sui crediti d'imposta. Una scelta tutt'altro che casuale. Separando le due vicende, la FIP ha costruito un provvedimento giuridicamente autonomo rispetto al procedimento ancora contestato dalla società, una linea che potrebbe rafforzare la posizione della Federazione nell'eventualità dei ricorsi annunciati da Antonini.

La revoca dell'affiliazione rappresenta però soltanto l'ultimo tassello di un effetto domino iniziato molti mesi prima. Per comprenderlo bisogna tornare all'origine della crisi.

Nel corso della stagione le società riconducibili ad Antonini avevano utilizzato crediti d'imposta acquistati da operatori specializzati per compensare debiti fiscali e contributivi. Successivamente, l'Agenzia delle Entrate ne ha contestato la validità, ritenendoli inesistenti o comunque non utilizzabili.

Antonini ha sempre respinto ogni accusa, sostenendo che quei crediti fossero stati acquistati in buona fede attraverso intermediari che ne avevano garantito la regolarità e che, di conseguenza, la società fosse essa stessa vittima di una presunta frode. La giustizia sportiva, tuttavia, ha seguito un'altra strada.

Per FIGC e FIP il punto non era stabilire se il presidente fosse stato truffato, ma verificare se gli obblighi fiscali risultassero effettivamente adempiuti entro i termini previsti dai regolamenti federali. Una volta considerati inefficaci quei versamenti, sono scattate le sanzioni sportive. È da quel momento che il progetto granata ha iniziato lentamente a sgretolarsi.

Le prime conseguenze sono arrivate sul fronte disciplinare. Nel basket la Trapani Shark è stata penalizzata per irregolarità amministrative, perdendo punti in classifica. Nel calcio sono invece iniziati deferimenti e procedimenti che, con il passare dei mesi, hanno portato a una lunga serie di penalizzazioni. Antonini ha reagito accusando pubblicamente le federazioni di accanimento nei confronti delle proprie società e annunciando una lunga battaglia legale.

Le istituzioni sportive, dal canto loro, hanno confermato progressivamente tutti i provvedimenti, ritenendo di aver applicato correttamente i regolamenti. Se inizialmente sembrava ancora possibile limitare i danni, la stagione del Trapani Calcio si è trasformata rapidamente in un incubo. Le penalizzazioni si sono accumulate fino a rendere impossibile qualsiasi rincorsa e la squadra ha chiuso il campionato all'ultimo posto, retrocedendo in Serie D. Una retrocessione maturata più nelle aule della giustizia sportiva che sul campo e che ha rappresentato un colpo durissimo per una tifoseria che soltanto pochi mesi prima parlava di promozione e rilancio.

Parallelamente alla crisi sportiva si è aperto un fronte sempre più acceso con le istituzioni locali. A incrinare definitivamente i rapporti coni l presidente del Libero Consorzio Salvatore Quinci  e il sindaco Giacomo Tranchida,  la questione delle concessioni del Provinciale e del Palashark. 

Con il passare dei mesi il confronto si è trasformato in una vera e propria contrapposizione istituzionale, alimentata da accuse reciproche, conferenze stampa e comunicati sempre più duri. Da una parte la proprietà ha denunciato la mancanza di condizioni adeguate per proseguire un progetto che prevedeva investimenti e una programmazione di lungo periodo; dall'altra, gli enti locali hanno rivendicato la correttezza del proprio operato, respingendo le accuse.

La frattura è diventata insanabile quando è stato annunciato che il Trapani Calcio avrebbe lasciato il Provinciale per disputare le proprie gare interne al Velodromo di Palermo. Una scelta dal forte valore simbolico, che ha rappresentato molto più di un semplice cambio di impianto: per una parte della tifoseria è stata la certificazione della rottura definitiva tra la proprietà e il territorio, mentre per altri ha segnato il fallimento del dialogo tra il progetto sportivo e le istituzioni cittadine. Mai, nella storia recente del calcio trapanese, si era immaginato che la squadra potesse giocare le proprie partite casalinghe fuori provincia.

Nel basket, intanto, la situazione è precipitata definitivamente. Dopo le penalizzazioni sono arrivate le sconfitte a tavolino per l'impossibilità di schierare il numero minimo di giocatori previsto dai regolamenti. Poi la mancata presentazione alla gara contro la Virtus Bologna del 4 gennaio ha portato all'esclusione dal campionato di Serie A. Sembrava il punto più basso della crisi. Non lo era. Sei mesi dopo è arrivata anche la revoca dell'affiliazione, il provvedimento che ha sancito, almeno sul piano federale, la scomparsa della Trapani Shark.

Antonini, tuttavia, non ha mai modificato la propria linea difensiva. Ha sempre sostenuto di aver operato nella piena convinzione della regolarità delle operazioni effettuate, respingendo ogni contestazione e denunciando quello che ritiene un trattamento ingiusto nei confronti delle proprie società. Dopo la revoca dell'affiliazione ha annunciato nuovi ricorsi e la volontà di proseguire la battaglia nelle sedi amministrative e ordinarie. Le federazioni, invece, continuano a ribadire di aver semplicemente applicato i regolamenti. Sarà ora la giustizia, sportiva e civile, a scrivere gli ultimi capitoli di una vicenda tutt'altro che conclusa.

La storia del progetto nato a Trapani resterà probabilmente una delle più controverse dello sport italiano recente. In poco più di tre anni la città era riuscita a riportare il basket ai vertici nazionali, a rilanciare il calcio professionistico, a riempire stadio e palazzetto e a restituire entusiasmo a un territorio che sembrava aver ritrovato il proprio orgoglio sportivo.

Poi sono arrivati il caso dei crediti d'imposta, le penalizzazioni, le sentenze della giustizia sportiva, lo scontro sul Palashark  e lo stadio Provinciale, la scelta di trasferire il Trapani Calcio a Palermo, l'esclusione della Shark dalla Serie A e, infine, la revoca dell'affiliazione. Una sequenza di eventi che, nel giro di pochi mesi, ha cancellato quello che sembrava un progetto sportivo ambizioso. 

Oggi restano una città divisa, due società profondamente ridimensionate e molte domande ancora aperte. Perché se sarà la magistratura a pronunciarsi sulle responsabilità giuridiche, la storia dello sport trapanese ha già consegnato il suo verdetto: un sogno che sembrava destinato a cambiare il futuro della città si è trasformato in una delle crisi più profonde che Trapani abbia mai vissuto.

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