“Trapani Urbs Invictissima”: alla scoperta dello “Spirune”

Redazione Prima Pagina Trapani
Redazione Prima Pagina Trapani
31 Ottobre 2020 23:43
“Trapani Urbs Invictissima”: alla scoperta dello “Spirune”

Venticinquesima puntata della rubrica storica che approfondirà le origini dei quartieri trapanesi: un ritorno al passato, per conoscere meglio la storia della città dei due mari e delle strade che ogni giorno percorriamo. Sono tante le strade che percorriamo quasi ogni giorno e di cui conosciamo poco. Una di queste è, senza dubbio, il tratto di strada che viene chiamato da tutti Spirune, il bivio tra via Marsala e via Salemi. L’ipotesi per cui quest’area è stata chiamata così è, sicuramente, il suo significato in italiano.

Nelle costruzioni civili, infatti, lo sperone è una struttura sporgente costruita trasversalmente. Prima degli anni Cinquanta, questa zona – proprio come il Rione Palma, oggi Quartiere Sant’Alberto – era completamente una vera e propria campagna ma è sempre stata una zona ricca di lavoratori ma, soprattutto, di amore.

Piena di canali, u Spirune era caratterizzato dalla presenza di un mulino che, negli anni, è stata casa di alcuni trapanesi e ha collaborato, inoltre, alla nascita dei loro figli. Uno dei tanti abitanti, forse l’ultimo, fu un uomo volgarmente chiamato U ferrovecchio perché raccoglieva il ferro e poi si apprestava a venderlo. Il mulino, inoltre, fu, per un periodo, adibito a fienile. Proprio perché campagna, i capofamiglia mantenevano la prole con i lavori più semplici come la vendita del latte.

E nonostante, nella zona, fossero quattro – U Zu Michele, U zu Carlo, u Zu Rispino e u Zu Ignazio – non vi fu mai concorrenza tra di loro. A differenza loro, invece, vi fu un uomo – U zu Cola – che vendeva il latte delle sue capre. Ed essendo campagna, non potevano non esserci le uova – vendute dalla Za Margherita – che, i più piccoli in tempi di guerra, portavano ai tedeschi che si nascondevano in via salemi. L’armonia della zona venne riempita – precisamente nel 1965 – da una rosticceria, diventata un punto di incontro per chi passava dalla strada: quella dello Zu Pio e della Za Carmelina che, con quell’attività, mantennero i loro numerosi figli.

La Putia Caccamo, poi, era accompagnata da quelle che oggi potremmo definire delle vere e proprie fabbriche: quella del signor Renda in cui si fabbricavano le corde e quella del signor Pollina che, invece, vendeva piatti, lemme – bacinelle- e mafararde – grandi insalatiere utili per impastare sfinge e cous cous – . Altre figure, inoltre, riempivano la zona: u carrittaro Todaro che sistemava i carretti, Mastro Antonino che, dopo il terremoto, trasferì lì la sua bottega il cui riparava le scarpe e, ancora, il tabaccaio Nanai.

Tante attività per una zona così piccola ma che, indubbiamente, era una grande famiglia. Nell’alluvione che colpì Trapani nel 1965, infatti, chi abitava nei piani più alti aiutò con l’uso delle corde i vicini che risiedevano nei piani più bassi. Legami indissolubili, che continuano ancora oggi e dovuti, anche alla disponibilità di tanti abitanti come la za Margherita – la donna che vendeva uova – che, ogni sera, metteva a disposizione la propria televisione facendo in modo che la propria casa diventasse un raduno per gli abitanti.

La stessa donna, inoltre, per una grazia ricevuta, comprò una statua ad altezza d’uomo che rappresentava la Madonna di Trapani. Il suo salone, così, diventò una meta per tutti gli abitanti che chiedevano una grazia e che, per la lontananza, non potevano recarsi al Santuario. Altri tempi, si direbbe. Quei tempi in cui ognuno sedeva davanti la propria casa nelle calde sere d’estate e passava ore con i propri vicini, guardando i ragazzi che giocavano per strada. Quei tempi – e forse anche quelle zone – dove non vi era pericolo, non vi era concorrenza, non vi era menefreghismo ma, solamente, amore e disponibilità.

Chiara Conticello

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