“Una punta di Sal”. Le donne dei mafiosi

La trasformazione del ruolo della donna nella mafia: da silenziosa vestale del culto mafioso ad amministratrice…

Redazione Prima Pagina Trapani
Redazione Prima Pagina Trapani
13 Giugno 2021 10:30
“Una punta di Sal”. Le donne dei mafiosi

“Donne e bambini non si toccano”. Lo ha scritto recentemente anche chi ha spedito la lettera alla Procura di Marsala che non è un anonimo, ha un nome e un cognome. L’uomo vuole aiutare a trovare Denise Pipitone. Quella frase ricorre spesso nel linguaggio degli ambiti mafiosi, l’affermazione era quasi una legge non scritta. Anche a Mazara che rappresentava, o rappresenta, ancora il quarto mandamento della provincia di Trapani, dove sono successi delitti ed arresti importanti, la frase “Donne e bambini non si toccano” correva anche negli interrogatori di polizia e nelle aule del tribunale.

La mafia a Mazara ha segni inconfutabili. Si parla di padrini e di padroni, qualcuno si è pure suicidato (forse pentito o perché non voleva fare “il pentito”) con un colpo di pistola alla testa su un marciapiede del litorale di Tonnarella, qualche boss è deceduto dopo anni di carcere, qualche altro è diventato collaboratore di giustizia e ha raccontato fatti e misfatti, un commando voleva far fuori il commissario Rino Germanà, per non dire di morti ammazzati su ordini che partivano da Mazara.

E le donne dei mafiosi che facevano? La donna era riverita (a parole) ed a lei veniva riservato il ruolo di “femmina di casa”. Alla donna, era riservato un ruolo marginale rispetto alla gestione delle “famiglie” e alle attività criminali poste in essere dagli “uomini d’onore”. Tradizionalmente, la struttura societaria della cosca era rigorosamente “maschile” e non prevedeva che tra i suoi componenti vi fossero affiliati di sesso femminile. La “femmina”, quindi, non partecipava alle riunioni tra gli associati (alcune riunioni e cene si sono tenute in qualche villino di Tonnarella ma senza la partecipazione di donne), in nessun caso aveva voce nelle decisioni che il gruppo di riferimento assumeva, non aveva alcun ruolo nella fase preparatoria ed esecutiva dei delitti consumati dall’organizzazione, non si ingeriva nelle iniziative del suo uomo.

Il ruolo della donna era, dal punto di vista della dinamica criminale, inesistente ovvero sostanzialmente trascurabile. Unico vantaggio era la regola non scritta, peraltro non sempre osservata, secondo la quale donne e bambini, anche se congiunti di mafiosi, non dovevano essere toccati,come ha detto il testimone che ha inviato la lettera per Denise. La “femmina” doveva accudire alla casa, essere moglie fedele (la sua infedeltà veniva punita con la morte), a maggior ragione se il compagno si trovava in stato di detenzione, allevare la prole nel rispetto del genitore e dei valori omertosi che costui esprimeva, conservare i segreti su quanto accidentalmente percepito o venuto a sua conoscenza, vestire per sempre il lutto in caso di decesso, spesso per causa violenta, del coniuge o degli altri stretti congiunti.

Parliamo degli anni fra il ’60 e l’’80 ma anche prima. A parziale giustificazione di una simile filosofia di vita va riconosciuto che la donna di mafia negli anni passati era priva di scolarizzazione, spesso non si sposava per amore ma per decisione del genitore il quale le imponeva “l’uomo di rispetto” che l’avrebbe impalmata, era estranea a movimenti o circoli, non conduceva vita sociale.Essa, il più delle volte, era condizionata dalle sue origini familiari nei quali l’ubbidienza al maschio, fosse il padre, il marito o altri congiunti, era un valore inculcato o subito.

In alcuni casi, respirava, fin dai primi giorni di vita, aria impregnata di mafiosità, essendo figlia o sorella o nipote di mafioso (in copertina Ninetta Bagarella ed il marito Totò Riina). Accanto a tali compiti, alla donna di mafia era anche attribuito il ruolo di vestale del culto dell’etica mafiosa i cui principi dovevano essere trasmessi ai figli, specie a quelli di sesso maschile, rendendo questi ultimi omologhi, nella condivisione delle scelte criminali, ai loro padri e, se forniti di adeguata “capacità”, loro “degni” eredi.

In sintesi, alla donna del mafioso erano riservate mansioni che, confinate nell’ambito della gestione della famiglia, di fatto la tenevano ai margini della vita dell’associazione e delle vicende criminali dei suoi affiliati.

Le cronache giornalistiche di alcuni anni fa e i servizi fotografici di accompagnamento hanno per molto tempo documentato la funzione servile delle donne dei mafiosi che, anche nel dolore per le morti spesso violente di mariti, figli e altri parenti, non venivano mai meno alla posizione di secondo piano loro assegnato, trincerandosi, nei tristi abiti rigorosamente neri, in un muto dolore e in un’accettata rassegnazione, salvo assumere l’onere di inculcare negli orfani lo spirito di vendetta.

La tradizionale figura della donna di mafia, riservata, muta, dolente e avvolta nel suo scialle nero, ha resistito per molti anni nei quali era il maschio a gestire gli affari della famiglia, a tenere i collegamenti con gli associati e a governare le attività commerciali, ma oggi la situazione può dirsi notevolmente mutata a causa di vari fattori, personali e di costume, che sempre più spesso fanno la donna del mafioso protagonista e partecipe di attività delittuose riconducibili al crimine organizzato.Fanno eccezione a questa evoluzione negativa le sporadiche collaborazioni con la giustizia che pur ci sono state da parte di alcune donne di mafia le quali, con coraggio e ammirabile determinazione, hanno abiurato al loro passato offrendo allo Stato preziose informazioni ai fini della lotta al crimine organizzato (ricordiamo per tutti Rita Atria e Piera Aiello) ma il numero ridotto di casi registrati non può essere ritenuto sufficiente a smentire la triste e diversa realtà dei fatti.

La nuova mafia, decimata dagli arresti degli affiliati di sesso maschile, può oggi contare, come novità ormai non occasionale, sulle donne dei consociati. Sono mogli, compagne, figlie che si sostituiscono ai loro uomini ristretti nelle galere e, in tale veste, amministrano il denaro del clan, scelgono le famiglie dei detenuti rimasti fedeli cui erogare il sussidio, si intestano quote societarie, gestiscono interi settori di attività commerciali nelle quali sono stati reimpiegati i proventi illeciti.In altri termini, esse si sono trasformate da vestali silenziose del focolare domestico in protagoniste degli affari illeciti e rappresentanti adeguate e riconosciute dei mafiosi reclusi, dei quali seguono le indicazioni, ne proseguono i traffici e, non raramente, ne prendono il posto ai vertici delle cosche.

Il libro della scrittrice mazarese Francesca Incandela “Donne di mafia donne contro la mafia”, diventato anche una piece teatrale, affronta questo tema della mentalità mafiosa che affonda le sue radici nella famiglia, nel dovere di difendere l’ “onore” perché” la famiglia viene prima di tutto” ma arriva qualche donna che rompe questi schemi, donne che pur provenendo da famiglie mafiose combattono una battaglia di legalità e di giustizia, come Rita Atria e Felicia Impastato.

Donne in rivolta, coraggiose, stanche di sopportare e di vedere misfatti, che vogliono voltare pagina nella loro vita. Donne contro la mafia.

Salvatore Giacalone

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