​Cresta sui pedaggi nella A20 Palermo-Messina, 6 indagati per 266 episodi di peculato

L'indagine da un esposto su gravi anomalie negli incassi ai caselli di Buonfornello, Cefalù e Castelbuono

Redazione Prima Pagina Trapani
Redazione Prima Pagina Trapani
12 Giugno 2026 17:47
​Cresta sui pedaggi nella A20 Palermo-Messina, 6 indagati per 266 episodi di peculato

Sono complessivamente 266 gli episodi di peculato contestati a cinque dipendenti del Consorzio Autostrade Siciliano e ad un impiegato di una società privata che gestisce la rete informatica dell'ente, accusati di aver fatto la cresta sui pedaggi pagati dagli automobilisti che transitavano sull'autostrada Palermo-Messina.

Lo ha reso noto la Procura di Termini Imerese che ha aperto una inchiesta sulla vicenda.

A tutti e sei gli indagati, gli agenti della polizia stradale di Buonfornello hanno notificato un provvedimento del Gip di Termini Imerese, Irina Cirincione, di sospensione temporanea dall'esercizio del pubblico servizio per sei mesi.

Per tutti l'accusa è peculato con appropriazione del denaro versato dagli utenti a titolo di pedaggio autostradale. I fatti risalgono a un periodo compreso fra novembre 2025 e il gennaio 2006.

I cinque impiegati si sarebbero appropriati di somme di denaro che, di volta in volta, sarebbero state comprese tra un minimo di 7 e un massimo di 10 - 15 euro circa. Il dipendente della società privata, in particolare, è accusato di concorso in 33 distinti episodi di peculato commessi insieme a due degli altri indagati.

Il procedimento nasce da un esposto presentato dal Consorzio Autostrade Siciliano, nel quale si denunciavano gravi anomalie negli incassi ai caselli di Buonfornello, Cefalù e Castelbuono e una sproporzione tra il numero dei transiti registrati e gli importi effettivamente incassati e versati al consorzio.

Gli agenti della Polstrada hanno piazzato dele telecamere nei gabbiotti dei caselli e hanno registrato gli stratagemmi utilizzati. I tecnici esattori ritiravano il biglietto del pedaggio e il denaro contante di volta in volta consegnato dall'utente a titolo di pagamento, ma non inserivano il tagliando regolare nel "ricevitore di pista", ossia il macchinario che registra e contabilizza il denaro; piuttosto avrebbero inserito un diverso biglietto, messo da parte precedentemente, che indicava un importo di gran lunga inferiore (90 centesimi) a quello effettivamente dovuto. In questo modo riuscivano a impossessarsi della differenza.

È stato accertato come gli indagati abbiano anche disattivato la corsia destinata agli automobilisti che usavano la cassa automatica, chiudendo la sbarra e mettendo in funzione il semaforo rosso, in modo da incrementare il flusso auto verso la propria postazione e poter riscuotere più soldi. Le indagini hanno consentito di verificare come ciascuno degli indagati, in circa tre mesi, si sia appropriato di somme che andavano da 99-100 a 803 euro.

Sottoposti a interrogatorio preventivo, gli impiegati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Fonte ANSA

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