“Cara Giulia”, la voce di un padre che diventa impegno: al Teatro Pardo il messaggio di Gino Cecchettin [VIDEO]
“Cara Giulia” non è solo un libro. È una lettera che attraversa il dolore e lo trasforma in qualcosa di condiviso, in una voce che non resta chiusa dentro una storia privata. Al Teatro Pardo, ieri pomeriggio, la presentazione si è trasformata in un racconto vivo, capace di tenere insieme memoria e responsabilità.
Gino Cecchettin non si limita a raccontare sua figlia. Con quel libro sceglie di restare nello spazio pubblico, di non sottrarsi. Il dolore che si trasforma in impegno. È da qui che nasce anche la Fondazione Giulia Cecchettin, un passo concreto che dà forma a ciò che ripete con forza: non basta ricordare, bisogna cambiare. Trasformare una perdita in responsabilità collettiva.
Quando prende la parola, il libro diventa quasi un punto di partenza. Le sue frasi non cercano effetti, arrivano dritte, senza protezioni. E la domanda che pone — com’è possibile che una giovane donna venga uccisa da chi diceva di amarla? — attraversa la sala, lasciando un silenzio pieno, denso.
Cecchettin non si rifugia nella rabbia. Sposta lo sguardo più in profondità, verso ciò che viene prima della violenza. Parla di una cultura che ancora oggi normalizza il controllo, il possesso, le relazioni squilibrate. Una cultura che si costruisce lentamente, nei gesti quotidiani, nelle parole, nei modelli che si trasmettono senza accorgersene.
Il suo è un discorso che non accusa, ma coinvolge. Chiama in causa tutti. Perché, come sottolinea, non si può pensare che il problema si esaurisca nella punizione di chi sbaglia. Serve un cambiamento più radicale, che parta dall’educazione. Dalla capacità di insegnare ai più giovani cosa significa davvero amare, rispettare, lasciare liberi.
Insiste su un punto che pesa come una verità difficile: il femminicidio non è un gesto improvviso. È l’ultimo atto di un percorso. E proprio per questo, quel percorso può essere interrotto prima. Parlare di affettività, rompere i silenzi nelle famiglie e nelle scuole, costruire relazioni sane non è un dettaglio, ma una necessità.
Nel teatro, tra i tanti ragazzi presenti, le sue parole trovano spazio. Non c’è distanza, non c’è distrazione. Solo ascolto. Ed è forse questo uno degli elementi più forti della serata: vedere proprio nei più giovani il terreno su cui può nascere quel cambiamento di cui parla.
“Cara Giulia” resta lì, come un filo che tiene insieme tutto: il ricordo di una figlia, il dolore di un padre, ma anche una direzione. Non un punto di arrivo, ma un inizio.
E mentre la sua voce rimane ferma, senza cedere, si ha la sensazione che quell’incontro non finisca davvero con un applauso. Perché la storia di Giulia, nelle parole di suo padre, non è solo memoria. È una richiesta. Di consapevolezza, di responsabilità, di cambiamento. E questa volta, come emerge con forza, non si può più aspettare.
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